Il Medio Oriente è entrato in una nuova fase di instabilità profonda dopo i bombardamenti congiunti condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Secondo i media iraniani, negli attacchi sarebbero stati uccisi la Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei e il comandante dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC), generale Mohammad Pakpour. Si tratta di un atto destinato a riscrivere gli equilibri dell’intera regione e a produrre conseguenze sistemiche a livello globale.
Il presidente Donald Trump ha annunciato “operazioni di combattimento su larga scala”, giustificando l’azione con la necessità di neutralizzare una presunta “minaccia imminente per il popolo americano” e invitando apertamente la popolazione iraniana a “prendere il controllo” delle istituzioni dopo la fine dei raid. Una dichiarazione che, sul piano geopolitico, suona come un’esplicita legittimazione di un cambio di regime.
La Mezzaluna Rossa iraniana ha riferito che almeno 201 persone sarebbero morte e 747 sarebbero rimaste ferite in attacchi che hanno colpito 24 province. Tra gli episodi più gravi, un bombardamento su una scuola primaria femminile a Minab avrebbe causato oltre 100 vittime tra le studentesse, fatto che Teheran ha definito “crimine di guerra”.
Il ministero degli Esteri iraniano ha accusato Washington e Tel Aviv di aver violato apertamente la sovranità nazionale e il diritto internazionale.
La risposta di Teheran
In risposta ai raid, l’Iran ha dichiarato obiettivi militari legittimi le installazioni statunitensi e israeliane negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrain e in Kuwait, lanciando centinaia di droni e missili contro obiettivi regionali.
Il Pentagono ha negato perdite tra i militari statunitensi, ammettendo tuttavia “danni minimi” ad alcune strutture.
Il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano ha dichiarato che gli attacchi contro le basi militari USA continueranno.
Sul piano interno, l’effetto non è stato quello auspicato da Washington. In Iran migliaia di cittadini sono scesi in piazza gridando slogan contro gli Stati Uniti. Proteste di massa si sono registrate anche in Iraq, dove manifestanti hanno tentato di raggiungere l’ambasciata americana, e in Pakistan, a Karachi, dove gruppi di dimostranti hanno assaltato la sede diplomatica statunitense.
La posizione di Mosca e Pechino
La Russia ha definito l’operazione un’“aggressione premeditata e non provocata contro uno Stato sovrano membro dell’ONU”, avvertendo che le conseguenze potrebbero essere gravi per il Medio Oriente e per la sicurezza globale.
Il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha discusso della situazione con il collega iraniano Abbas Araghchi, chiedendo la cessazione immediata dei bombardamenti e offrendo assistenza diplomatica. Il presidente Vladimir Putin ha convocato il Consiglio di Sicurezza nazionale ed espresso le proprie condoglianze al presidente iraniano Masoud Peshekhian, definendo l’uccisione di Khamenei un atto “cinico” e contrario al diritto internazionale.
Anche la Cina ha criticato l’operazione, parlando di azione “scioccante” avvenuta mentre erano in corso negoziati diplomatici.
Mosca ha inoltre chiesto all’ONU e all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica una valutazione imparziale degli eventi, avvertendo che l’escalation rischia di compromettere il regime globale di non proliferazione e di innescare una nuova corsa agli armamenti.
L’Europa e il silenzio strategico
Sul fronte europeo, la reazione è apparsa tardiva e prudente. Ursula von der Leyen ha annunciato la convocazione di una riunione di emergenza solo nei giorni successivi, collegando l’escalation alle “azioni di ritorsione iraniane” e sottolineando la necessità di prevenire ulteriori attacchi contro partner regionali.
Un posizionamento che, nei fatti, evita una condanna esplicita dell’operazione iniziale e alimenta il dibattito sul ruolo subordinato dell’Unione Europea nelle dinamiche strategiche mediorientali.
Il nodo decisivo: Hormuz
L’Iran ha annunciato che lo Stretto di Hormuz resta formalmente aperto al traffico petrolifero internazionale, ma ha dichiarato chiuso il transito alle navi statunitensi e israeliane dirette verso il Golfo Persico.
Secondo le informazioni diffuse, oltre mille navi commerciali di paesi alleati di Teheran, tra cui Cina e Russia, sarebbero rimaste bloccate nella regione. L’ipotesi di un blocco totale rappresenterebbe uno shock energetico globale immediato.
Lo Stretto di Hormuz è il principale corridoio marittimo per il trasporto mondiale di petrolio. Qualsiasi interruzione prolungata avrebbe conseguenze dirette su:
- prezzi dell’energia
- inflazione globale
- stabilità dei mercati finanziari
- sicurezza energetica europea
Un conflitto regionale si trasformerebbe rapidamente in crisi economica planetaria.
Uno spartiacque storico
L’eliminazione della Guida Suprema iraniana, se confermata in modo definitivo, rappresenterebbe uno degli atti più destabilizzanti degli ultimi decenni: non solo un’operazione militare, ma un colpo diretto alla leadership politica e religiosa di uno Stato sovrano.
La dinamica che si sta delineando non riguarda soltanto Iran, Stati Uniti e Israele. Coinvolge Russia, Cina, Golfo Persico, sicurezza energetica globale e futuro dell’ordine internazionale.
Il rischio non è solo militare.
È economico.
È sistemico.
È strutturale.
E soprattutto: è destinato a ridefinire gli equilibri del potere globale.
Fonti
– Dichiarazioni ufficiali del governo iraniano
– Mezzaluna Rossa iraniana
– Ministero degli Esteri della Federazione Russa
– Dichiarazioni del presidente russo Vladimir Putin
– Comunicazioni ufficiali del Pentagono
– Dichiarazioni della Commissione Europea

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